sabato 27 dicembre 2014

PERCHÉ QUESTI ORRORI

Cuba Guantanamo
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10 storie dal rapporto sulle torture della CIA

di Redazione del Washington Post

Una peggiore dell'altra, raccontate dal Washington Post sulla base del rapporto diffuso dal Senato americano

Martedì 9 dicembre una commissione del Senato degli Stati Uniti ha pubblicato la sintesi di un atteso rapporto riguardante alcune “tecniche di interrogatorio rafforzate” usate dalla CIA, l’agenzia di spionaggio americana, durante l’amministrazione di George W. Bush, presidente dal 2001 al 2009, finché Obama non le ha vietate. Il rapporto riguarda le tecniche di interrogatorio usate sui prigionieri catturati dai militari statunitensi in Medio Oriente durante la guerra contro i terroristi di al Qaida: si tratta, fra le altre, della privazione del sonno per periodi lunghi fino a una settimana, dell’“alimentazione rettale” o “idratazione rettale” senza motivi medici e del “waterboarding”. La pubblicazione della sintesi del rapporto sta provocando molte polemiche negli Stati Uniti e lo stesso capo della CIA, John Brennan, ha ammesso che l’agenzia ha commesso una serie di errori nel portare avanti il programma.
Di seguito, dieci tra i passaggi più duri e incredibili contenuti nel rapporto.
1. Dei 119 prigionieri che ha tenuto in custodia la CIA, 26 non avrebbero nemmeno dovuto essere trattenuti. Tra loro c’è Abu Hudhaifa, che fu sottoposto a dei bagni di acqua ghiacciata e a 66 ore di privazione del sonno prima che la CIA scoprisse che probabilmente non era la persona che credevano fosse.
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2. Il presidente Bush ricevette il suo primo briefing sulle “tecniche di interrogatorio rafforzate” nel 2006, circa quattro anni dopo l’inizio del programma. Secondo i documenti della CIA – che sono stati analizzati dalla commissione del Senato che ha prodotto il rapporto finale – Bush espresse un certo disagio per un’immagine di un detenuto “incatenato al soffitto, con addosso un pannolone, costretto a farsela addosso”.
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3. La CIA usò l’alimentazione rettale e l’idratazione rettale su almeno cinque detenuti. Uno di questi, Majid Khan, fece tra il marzo 2004 e il settembre 2006 una serie di scioperi della fame e tentò diverse volte di auto-mutilarsi, come protesta per le condizioni in cui era sottoposto durante la prigionia. Il personale della CIA dovette prestare particolare attenzione a Khan e cominciò ad alimentarlo forzatamente, per esempio usando un sondino naso-gastrico o tramite somministrazione endovenosa di liquidi. Secondo i documenti della CIA, Khan cooperava con le guardie carcerarie nella procedura di alimentazione: la CIA adottò comunque una tecnica più aggressiva e cominciò su Khan l’alimentazione rettale e l’idratazione rettale.
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4. Durante gli interrogatori la CIA minacciò almeno tre prigionieri di fare del male alle rispettive famiglie. In un caso, a un prigioniero fu detto che se non avesse fatto quello che gli veniva chiesto sarebbe stata tagliata la gola a sua madre. In un altro caso, gli uomini della CIA minacciarono un prigioniero di abusare sessualmente della madre.
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5. La CIA catturò due lavoratori stranieri di un “governo alleato”. I due prigionieri furono poi sottoposti a privazione del sonno e manipolazione della dieta, almeno fino a quando la CIA scoprì che entrambi avevano cercato di mettersi in contatto per mesi proprio con la CIA per denunciare dei possibili attacchi terroristici di al Qaida. La scarcerazione dei due prigionieri, comunque, avvenne solo alcuni mesi dopo.
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6. Abu Zubaida, il primo prigioniero della CIA, passò 266 ore in una specie di cella grossa come una bara. Nel rapporto si legge che Zubaida, il cui vero nome è Zayn al-Abidin Muhammed Hussein, “piangeva e supplicava” spesso: gli veniva detto che avrebbe lasciato il luogo della sua detenzione solo in una bara da morto.
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7. Khalid Sheik Mohammed, l’uomo considerato l’ideatore degli attentati dell’11 settembre, fu sottoposto al waterboarding 183 volte. Il waterboarding è una forma di annegamento controllato, in quanto l’acqua invade le vie respiratorie ma viene fermata prima che la persona possa effettivamente morire. La morte per soffocamento può sopravvenire se il waterboarding non è interrotto. Sono anche possibili danni polmonari, danni cerebrali derivanti dalla riduzione dell’apporto di ossigeno e danni fisici quali fratture derivanti dal tentativo di liberarsi. La pratica induce molto spesso danni psicologici prolungati. Durante una sessione di tortura – le sessioni non furono 183, 183 sono i “versamenti” d’acqua – Mohammed provò a respirare: gli uomini che lo stavano interrogando cominciarono a tenergli ferme le labbra, versandogli l’acqua sulla bocca.
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8. La commissione del Senato ha trovato una foto che sembra mostrare un sito dove si teneva il waterboarding che però non era segnalato tra quelli dove la CIA ha detto di avere usato questa tecnica (nella foto si vedono alcuni oggetti usati durante il waterboarding). La CIA non è riuscita a dare una spiegazione convincente a riguardo.
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9. Dei 26 prigionieri che furono tenuti in custodia dalla CIA per uno “sbaglio”, uno era in quella condizione che gli americani chiamano “intellectually challenged”, ovvero una persona poco istruita, affetta da ritardo mentale, con un danno cerebrale o semplicemente considerata “geneticamente inferiore”. Le registrazioni degli interrogatori su questo prigioniero furono usati per torturare uno dei suoi parenti.
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10. Gli uomini della CIA avrebbero spogliato un prigioniero, fino a lasciarlo completamente nudo, e poi l’avrebbero legato per tenerlo in posizione verticale per 72 ore. Durante questo tempo gli avrebbero versato addosso dell’acqua fredda.
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@Washington Post

lunedì 10 marzo 2014

MORIRE CON DIGNITA" SENZA ACANIMENTO MEDICO

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EUTANASIA LEGALE

L’eutanasia clandestina nel paese degli ipocriti

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Ogni anno, 2.000 suicidi e tentativi di suicidio e 20.000 “morti all’italiana” negli ospedali: una vera e propria strage degli innocenti. Martedì 18 marzo ne parleranno i parenti di Mario Monicelli, Carlo Lizzani e Michele Troilo: “costretti” al suicidio da un paese ipocrita.

di Carlo Troilo, Associazione Luca Coscioni

Il 18 marzo ricorre il decimo anniversario del suicidio di mio fratello Michele. Settantunenne, scapolo, malato terminale di leucemia, Michele – che avrebbe voluto l’eutanasia ed aveva anche iniziato a cercare un medico disposto ad aiutarlo – non tollerò la perdita di dignità legata al suo male e scelse di gettarsi nel vuoto dal quarto piano della sua casa di Roma: come faranno, anni dopo, Mario Monicelli e Carlo Lizzani. Da quel giorno tragico – dopo aver reso pubblico sulla stampa il dramma di mio fratello – mi sono battuto, nell’ambito della Associazione Luca Coscioni, per la legalizzazione della eutanasia.

Per questo il 18 marzo inizierò uno sciopero della fame con cui mi ripropongo di contribuire a scuotere il muro di silenzio sulla eutanasia, spingendo il Parlamento a discutere la proposta di legge di iniziativa popolare sulla legalizzazione della eutanasia su cui l’Associazione Coscioni ha raccolto quasi 70 mila firme autenticate di cittadini.

Nello stesso giorno – alle 11,30, nella sede della Associazione in via di Torre Argentina 76 – terrò una conferenza stampa resa particolarmente importante dalla partecipazione, assieme a Mina Welby e Mario Riccio, di Chiara Rapaccini, compagna di Mario Monicelli fino alla sua morte, Luciana Castellina, per lunghi anni compagna di Lucio Magri e il figlio di Carlo Lizzani, Francesco: un “evento”, una protesta contro le leggi spietate che hanno costretto i nostri cari ad una morte atroce.

Le ragioni per le quali ritengo necessaria ed anche possibile la legalizzazione della eutanasia anche in Italia sonno molte. Ne ricordo tre:

- Non è accettabile che l’Italia resti, fra i grandi paesi europei, l’unico in cui non solo non si legalizza l’eutanasia ma nemmeno si accetta di discuterne
- In un paese in cui i veri cattolici sono una minoranza e il 60per cento dei cittadini è favorevole alla eutanasia, non è ammissibile che le forze politiche continuino a soggiacere ai diktat delle gerarchie ecclesiastiche
- Il tema non interessa più soltanto alcuni intellettuali “radical-chic” ma un numero rilevante e crescente di italiani

Su questo punto fornirò dei dati che ritengo sconvolgenti ma che sono praticamente ignorati dalla stampa, anche quella “progressista”:

- Secondo l’ISTAT ogni anno in Italia si verificano 1.000 suicidi e oltre 1.000 tentati suicidi di malati.
- Autorevoli ricerche (la più nota, quella del 2007 dell’Istituto Mario Negri) ci dicono che ogni anno 20.000 malati terminali vedono accelerata la loro fine a seguito dell’intervento attivo dei medici: una “morte all’italiana” (per non dire, come mi sembrerebbe lecito, di eutanasia clandestina).
Siamo dunque di fronte ad una vera e propria strage degli innocenti, ignorata dai media e dagli italiani, a cui dobbiamo dire basta.

E’ singolare il fatto che da quando ho reso noti sui giornali i dati sui suicidi, l’ISTAT ha cambiato i criteri di rilevazione degli stessi, eliminando dalle relative tabelle la voce “movente”, ed in tal modo rendendo le informazioni inutili per chi volesse capire le ragioni di un fenomeno così drammatico (i morti sul lavoro sono molti di meno), e in particolare capire se il suicidio è dovuto nella maggioranza dei casi alla malattia ed alla impossibilità di ottenere, con l’eutanasia, una “morte dignitosa”. Lo stesso è avvenuto per le ricerche sulla “morte all’italiana”: frequenti fino al 2007, non si sono più viste dopo le polemiche suscitate dalle mie “rivelazioni” sulla stampa. Come dice Andreotti, a pensar male…

Un altro tema che voglio sollevare con questa iniziativa è quello – che va discusso in vista di un auspicato esame parlamentare della proposta di legge – è quello degli “aventi titolo” alla eutanasia, problema che pongo soprattutto in considerazione della crescita esponenziale dei casi di Alzheimer nel nostro paese (un milione oggi, due milioni nel 2040, il flagello del secolo).

Abitualmente si pensa che l’eutanasia risponda alle esigenze e ai desideri dei malati terminali, per cui si tende a vedere solo o prevalentemente in loro gli “aventi titolo” all’eutanasia. Non è così. Mario Monicelli, Lucio Magri, Carlo Lizzani non erano “malati terminali”. Essi volevano morire perché ritenevano che la loro vita non fosse più degna di essere vissuta. E sono certo che anche mio fratello, che invece era malato terminale, non si è suicidato per questo. Michele, ormai, era rassegnato a non poter ottenere l’eutanasia, di cui era sempre stato un sostenitore, e anche ad attendere le poche settimane, se non i pochi giorni, che lo separavano dalla morte. Una sera però, appena rientrato dall’ospedale, ebbe un primo episodio di incontinenza. La sua badante dovette spogliarlo, lavarlo e metterlo a letto con un pannolone. Michele era un anziano scapolo, un uomo elegante, riservato, pudico. Non fu la malattia, ma l’idea di dover subire ancora quella umiliazione a spingerlo ad uscire sul terrazzo e a gettarsi nel vuoto. Perché per molti non ci può essere vita senza dignità. Lo dice anche la nostra Costituzione, a proposito di accanimento terapeutico, all’articolo 32: “La legge non può in nessun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”.

Dovremo partire da qui per stabilire, nella legge che verrà, chi ha diritto alla eutanasia. E va detto fin dall’inizio del dibattito che legalizzare l’eutanasia solo per i malati terminali significherebbe negarla alla maggior parte delle persone che vorrebbero ottenerla perché ritengono la loro vita non più degna di essere vissuta. La difesa della dignità di ogni uomo dovrebbe dunque essere la stella polare di una legge sul fine vita, come di qualsiasi altra legge sui diritti civili.

(10 marzo 2014)

LA CHEMIO E" UTILE O SOLO UNA TORTURA INUTILE E DANNOSA

Niente chemio. Ecco come l’oncologo ha salvato la moglie dal cancro !!

 
zzz



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Sidney Winawer, oncologo di fama planetaria, dirige il laboratorio di ricerca sul cancro al Memorial Sloan-Kettering Cancer Center di NewYork, uno dei centri più importanti del mondo. Per decenni ha praticato la chemioterapia a tutti i pazienti, metà dei quali però sono deceduti. Un giorno, la diagnosi è toccata a sua moglie, Joanna. Ben consapevole gravi dei danni collaterali della terapia chimica, e per nulla convinto della sua efficacia, il professor Winawer non ha sottoposto la consorte né alla “chemio” né alla radioterapia. E, sorpresa: l’ha guarita. Come? Il luminare newyorkese si è affidato alla somatostatina, quella del controverso medico italiano Luigi Di Bella, accusato di suscitare speranze illusorie. Ma l’illusione peggiore è quella della chemioterapia, come lo stesso Winawer ha sostenuto nel libro “Dolce è la tua voce”, pubblicato da “Positive Press” nel 1998.
«Secondo la stragrande maggioranza delle teorie mediche, ci si ammala di cancro per una insufficienza del sistema immunitario», scrive il blog “Informare x Rexistere”, che riporta la notizia della “miracolosa” guarigione della signora Winawer. «La chemioterapia riduce le masse tumorali di dimensione, ma al prezzo di distruggere completamente il midollo e le difese immunitarie dell’organismo, col risultato che quest’ultimo rimarrà debilitato ed esposto ad ammalarsi di nuovo, per anni o anche per il resto della vita». Per dare un’idea di quanto siano tossici questi veleni, il blog prende spunto dalla stessa documentazione farmaceutica allegata ai più diffusi farmaci anti-cancro: «Pensate che basterebbe solo aumentare di poco le dosi di una sola “seduta” di chemioterapia per uccidere un cane, nel 100% dei casi». L’animale morirebbe per avvelenamento nel giro di pochi giorni: «Potete controllare voi stessi, dato che la tossicologia è pubblica».
Inoltre, per smaltire questi farmaci occorrono mesi: molto di più della durata di ogni ciclo terapeutico. Per cui, quando si torna in ospedale per il ciclo seguente, l’organismo non ha ancora smaltito le tossine accumulate. «Molto spesso – continua il blog – il cancro ritorna negli anni successivi, dopo una cura di chemioterapia». Questo non è dovuto a una particolare “predisposizione” del paziente, «ma al fatto che le difese immunitarie sono ormai distrutte, quindi l’organismo è completamente indifeso ed è logico che venga aggredito nuovamente». Per dirla col professor Winawer, la chemioterapia non è mai la soluzione definitiva del problema, poichè spesso la malattia si ripresenta dopo anni, con maggiore violenza. La soluzione? «Il cancro deve essere vinto potenziando il sistema immunitario».
Per molti tipi di tumore , il sistema immunitario ha una “memoria”, esattamente come per le malattie esantematiche (morbillo, varicella, rosolia). Se il tumore viene vinto dall’organismo stesso, piuttosto che represso dai farmaci, è molto più difficile che si ripresenti in seguito. A riprova, il blog cita recenti studi che dimostrano l’inefficacia della chemioterapia – mai davvero risolutiva – nonché i poco entusiasmanti retroscena legati al business infinito delle multinazionali farmaceutiche. «La ricerca non ha fatto passi da gigante come tutti pensano, ma, al contrario, la gente si ammala e muore più che nei decenni scorsi», sostiene “Informare x Rexistere”. «Con i metodi di cura attuali, il 90% degli ammalati non sopravvive più di 10 anni al cancro».